Sanità, disavanzi regionali e IRPEF: il “procedimento” come alibi tecnico di una scelta politica

Scritto da Aldo Scorrano

16/04/2026

 

 

Le dichiarazioni dell’assessore alla sanità della Regione Puglia sul possibile aumento dell’addizionale IRPEF per coprire un disavanzo di 369 milioni di euro sono, a ben vedere, molto più rivelatrici di quanto sembri (si veda l’articolo in nota).  Non tanto per il contenuto esplicito — la necessità di reperire risorse — quanto per la formula utilizzata: “non è una volontà, è il procedimento”.

Una frase che merita di essere presa sul serio, ma anche — e forse soprattutto — di essere smontata con attenzione.

Un vincolo reale, ma tuttaltro che neutro

Nel sistema italiano, la sanità è organizzata su base regionale, ma incardinata in un quadro di finanza pubblica rigidamente disciplinato. Le Regioni gestiscono la spesa, ma non controllano né la leva monetaria né, in senso pieno, quella fiscale. Il principio cardine è noto: il disavanzo sanitario deve essere integralmente coperto. Non si tratta di una scelta contingente, ma di un obbligo normativo. Quando le entrate disponibili — trasferimenti statali e risorse proprie — non sono sufficienti, la Regione è tenuta ad attivare misure correttive. In mancanza, scattano meccanismi sempre più stringenti, fino ai cosiddetti piani di rientro.

Fin qui, dunque, il “procedimento” esiste davvero. Ma il punto è capire cosa contiene e soprattutto cosa nasconde.

Laddizionale IRPEF: tecnica fiscale e realtà distributiva

Lo strumento principale di aggiustamento è l’addizionale regionale all’IRPEF, una maggiorazione dell’imposta sui redditi delle persone fisiche che si aggiunge a quella statale. Le Regioni possono modulare le aliquote, differenziarle per scaglioni di reddito e aumentarle entro limiti definiti per legge. In presenza di disavanzi, questa leva diventa di fatto obbligata, non perché non esistano alternative, ma perché le alternative sono state progressivamente rese più difficili o politicamente costose.

Dal punto di vista quantitativo, l’operazione è meno eclatante di quanto il dibattito pubblico lasci intendere: anche incrementi contenuti, nell’ordine di pochi decimali percentuali, possono generare centinaia di milioni di euro di gettito aggiuntivo. Dal punto di vista qualitativo, però, la questione è tutt’altro che neutra. L’addizionale IRPEF colpisce i redditi dichiarati e tracciabili, i soggetti con limitata capacità di elusione e, in modo prevalente, i lavoratori dipendenti e i pensionati. Chi può mascherare il proprio reddito, o strutturarlo in forme meno esposte, ne è largamente al riparo.

C’è poi una variabile spesso trascurata, che è quella legata  alla territorializzazione del carico fiscale su un diritto che la Costituzione definisce universale. A parità di reddito, un cittadino può pagare di più o di meno per finanziare la propria sanità semplicemente in base alla Regione in cui vive. Non è esattamente il paradigma più lineare per un sistema che si dichiara universalistico.

Il falso automatismo: dove finisce la tecnica e inizia la politica

A questo punto, la narrazione dell’automatismo mostra le sue crepe. È vero che il disavanzo va coperto ma non è vero che il modo in cui lo si copre sia predeterminato.

Le Regioni mantengono margini reali di scelta: sull’intensità dell’aumento fiscale, sulla distribuzione del carico tra scaglioni di reddito, sull’eventuale combinazione con tagli di spesa selettivi, sulla riallocazione di risorse interne. In altri termini, il “procedimento” stabilisce il vincolo, ma non determina la decisione e, soprattutto, non dice nulla su come si sia arrivati al disavanzo: organizzazione dei servizi, scelte gestionali pregresse, sottofinanziamento strutturale, dinamiche demografiche. Tutti elementi che appartengono pienamente alla sfera politica, non a quella tecnica.

La formula utilizzata dall’assessore svolge dunque una funzione molto precisa, cioè trasforma una decisione politica — chi paga, quanto paga, perché paga — in una necessità tecnica apparentemente inevitabile. È il linguaggio della burocrazia al servizio dell’esonero di responsabilità.

Una architettura che scarica il rischio verso il basso

Per comprendere fino in fondo questa dinamica, occorre spostare lo sguardo dal livello regionale a quello sistemico. Il modello italiano — e, più in generale, quello europeo — si fonda su una combinazione peculiare: decentramento della spesa pubblica, in particolare per servizi essenziali come la sanità, e centralizzazione della leva monetaria e dei vincoli fiscali. Lo Stato dispone di margini di manovra ben più ampi rispetto alle Regioni, ma anch’esso opera entro vincoli esterni — quelli dell’Eurozona — che ne comprimono significativamente l’autonomia.

Le Regioni sono quindi responsabili della spesa, ma prive degli strumenti tipici di uno Stato. Non possono emettere moneta, non possono sostenere disavanzi significativi senza incorrere in sanzioni, devono adattare la spesa alla capacità fiscale disponibile. Ne deriva una conseguenza tutt’altro che secondaria: il rischio viene trasferito dal centro alla periferia, e dalla periferia ai contribuenti. La gerarchia del vincolo è verticale, ma il peso è distribuito orizzontalmente — e non in modo casuale.

Il vincolo europeo: quello che non si nomina mai abbastanza

Questo assetto non è casuale, né esclusivamente domestico. È profondamente intrecciato con la struttura dell’Unione Europea e, in particolare, dell’Eurozona. Il Patto di Stabilità e Crescita limita deficit e debito; il pareggio di bilancio è stato introdotto anche a livello costituzionale. E non esiste un bilancio federale europeo capace di svolgere una funzione stabilizzante significativa nei momenti di crisi.

In questo contesto, anche lo Stato centrale opera sotto vincoli stringenti, come già accennato e, non potendo — o non volendo — utilizzare pienamente la leva fiscale in senso espansivo, trasferisce il vincolo ai livelli inferiori di governo. Le Regioni diventano così l’ultimo anello della catena, quello in cui l’astrazione dei trattati si traduce in misure concrete e immediatamente percepibili, un aumento in busta paga o la chiusura di un reparto ospedaliero. Il risultato complessivo è un sistema in cui la politica fiscale tende strutturalmente a essere prociclica, le differenze territoriali si amplificano nel tempo, e le decisioni vengono sistematicamente presentate come inevitabili.

Il vincolo è politico, non naturale

Da una prospettiva critica, il punto centrale non è la necessità di coprire un disavanzo regionale, ma il fatto che tale necessità venga trattata come un vincolo naturale, quasi fisico — qualcosa che precede la politica anziché esserne il prodotto.

In un sistema (statale) dotato di piena gestione della politica monetaria e fiscale, la spesa pubblica — inclusa quella sanitaria — non è limitata da una pretesa scarsità finanziaria, ma dalla disponibilità di risorse reali: lavoro, competenze, strutture, capacità organizzativa. Il problema non è “trovare i soldi”, ma allocare in modo efficiente le risorse produttive già esistenti. Nel quadro attuale, invece, si assume implicitamente che il settore pubblico sia finanziariamente vincolato come un soggetto privato, che l’equilibrio di bilancio sia un fine in sé, e che ogni deviazione debba essere corretta attraverso aggiustamenti fiscali. Il disavanzo diventa così non un indicatore da interpretare nel suo contesto, ma un’anomalia da eliminare nel minor tempo possibile.

Larte di rendere inevitabile ciò che è stato scelto

Il “procedimento” evocato dall’assessore esiste davvero. Ma non è un meccanismo neutro, è il prodotto di un’architettura istituzionale precisa, costruita nel tempo attraverso scelte politiche, trattati internazionali e orientamenti ideologici. Quella stessa architettura definisce cosa è possibile e cosa non lo è — e lo fa in modo tutt’altro che imparziale.

L’aumento dell’addizionale IRPEF, quindi, non è semplicemente una risposta tecnica a un problema contabile. È l’esito coerente di un sistema che limita la capacità fiscale pubblica, territorializza il finanziamento dei diritti e trasforma scelte politiche in vincoli apparentemente oggettivi. Il tutto mentre si continua a ripetere — con sconcertante regolarità — che non ci sono alternative.

Ed è forse questo l’aspetto più interessante, e se vogliamo più elegantemente ironico, dell’intera vicenda: in un sistema costruito per restringere lo spazio delle decisioni, la politica riesce ancora a presentarsi come mera esecutrice di regole. Con una certa coerenza, bisogna riconoscerlo. Anche se, a guardarla bene, è la coerenza di chi prima costruisce il vincolo (della sofferenza) e poi si dichiara vincolato.​

Nota: https://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/news/puglia/1961340/buco-della-sanita-regionale-l-assessore-alla-salute-se-servira-toccheremo-l-aliquota-irpef.amp​​​​​​​​​​​​​​​

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