La sovranità oltre il sovranismo

C’è un paradosso al cuore della democrazia contemporanea. I cittadini votano, i parlamenti legiferano, i governi si formano e cadono. Le procedure funzionano. Eppure una sensazione sempre più diffusa attraversa le società occidentali: quella che le decisioni davvero importanti vengano prese altrove, da altri, secondo logiche su cui il voto non ha presa. Non è una percezione irrazionale. È la descrizione abbastanza accurata di qualcosa che è accaduto negli ultimi quarant’anni, gradualmente, quasi senza che nessuno lo dichiarasse esplicitamente.

La parola che nomina questo problema è sovranità. Ed è diventata, nel giro di poco tempo, una delle parole più scivolose del dibattito pubblico.

Da un lato l’hanno sequestrata le destre nazionaliste, trasformandola in sinonimo di chiusura identitaria, di confini da difendere, di nemici da respingere. Dall’altro l’hanno liquidata le culture liberal-progressiste, trattandola come residuo novecentesco incompatibile con la globalizzazione, come termine sospetto da lasciare ai populisti. Il risultato è che il concetto è stato svuotato proprio nel momento in cui sarebbe stato più necessario. E il problema reale che nominava — chi controlla le leve fondamentali dell’economia, e quanto spazio ha ancora la politica democratica per manovrarle — è rimasto senza risposta adeguata.

Vale allora la pena fare una distinzione che sembra ovvia ma che nel dibattito pubblico viene sistematicamente ignorata: quella tra sovranità e sovranismo. Il sovranismo è un fenomeno politico recente, costruito in larga parte mediaticamente, che aggrega sotto un’unica etichetta fenomeni molto eterogenei. La sovranità è altro. È una categoria storica della teoria politica e dell’economia politica moderna. Riguarda la capacità concreta di una comunità di determinare le proprie scelte fondamentali, non solo sul piano istituzionale ma anche su quello economico, sociale e produttivo. Appiattire la sovranità sul sovranismo significa scambiare un problema strutturale della modernità con una sua declinazione contingente e spesso deformata.

Il problema ha radici lunghe. La sovranità nasce insieme allo Stato moderno, come risposta alla frammentazione del potere nell’Europa delle guerre religiose. Da Bodin a Hobbes è principio di unità politica entro un territorio. Con Rousseau diventa espressione della volontà collettiva, fondamento della legittimità democratica. Ma fin dall’inizio è attraversata da tensioni che il capitalismo non farà altro che approfondire. Perché il mercato e la democrazia hanno logiche diverse, spesso confliggenti, e la storia moderna è in larga parte la storia di questo conflitto irrisolto.

La svolta decisiva arriva tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli Ottanta. In quella fase il capitalismo cambia pelle. Si consolida un modello profondamente finanziarizzato e transnazionale: mobilità crescente dei capitali, deregolamentazione dei mercati, politica economica progressivamente subordinata alle logiche della concorrenza globale. Non è un cambiamento tecnico. È un cambiamento politico. Ridefinisce le condizioni concrete entro cui si esercita la decisione democratica. Gli Stati continuano a esistere, a legiferare, a governare. Ma lo spazio entro cui le loro decisioni possono incidere davvero si restringe anno dopo anno.

Questa trasformazione non è passata inosservata alla teoria critica. Polanyi aveva già visto questa tendenza con straordinaria lucidità: la costruzione di un mercato autoregolato richiede la separazione dell’economia dalla società, la sottrazione delle grandi scelte economiche al controllo collettivo. Il neoliberismo non ha ridotto lo Stato, come spesso si dice: lo ha trasformato, rendendolo garante istituzionale della disciplina competitiva e della stabilità dei mercati. Su un piano contiguo, Kalecki aveva mostrato come la piena occupazione non sia soltanto un problema economico ma soprattutto politico: una società con alti livelli di occupazione rafforza il potere contrattuale del lavoro, e per questa ragione le classi dominanti tendono storicamente a resistere a politiche economiche che riducano troppo la dipendenza dei lavoratori dal mercato. Streeck, infine, ha descritto la trasformazione progressiva dello Stato fiscale in Stato debitore: la legittimazione democratica tende a essere sostituita dalla credibilità finanziaria, le priorità della politica economica vengono ridefinite in funzione della fiducia dei mercati. I cittadini votano, ma i mercati giudicano.

La costruzione europea è probabilmente il laboratorio più avanzato di questa trasformazione. L’indipendenza della Banca Centrale Europea, i vincoli fiscali, la rigidità dei trattati producono una configurazione nella quale gli Stati membri mantengono responsabilità politiche crescenti ma dispongono di margini di intervento sempre più ridotti. Devono rispondere ai cittadini di scelte che non controllano più del tutto. È una contraddizione strutturale che nessuna buona volontà può risolvere dall’interno.

Intorno a questa crisi si è sviluppato negli ultimi anni un dibattito sulla sovranità monetaria che ha avuto il merito di riportare l’economia politica dentro la discussione democratica. Chi controlla la moneta? A quali interessi risponde la politica monetaria? Può dirsi davvero autonomo uno Stato che non dispone degli strumenti fondamentali di intervento monetario e fiscale? Sono domande legittime. Il problema è che in certi ambienti divulgativi il recupero della moneta nazionale è stato presentato come soluzione quasi automatica delle contraddizioni economiche contemporanee. Le cose non stanno così. Graziani aveva mostrato come la moneta non sia un semplice strumento neutrale di scambio, ma una relazione sociale strutturale che nasce dentro il processo produttivo capitalistico. Chi emette moneta, a quali condizioni, a vantaggio di chi: sono domande politiche prima ancora che tecniche. La storia del Novecento conferma che la sovranità monetaria ha convissuto con assetti profondamente oligarchici e regressivi. La moneta è una condizione necessaria dell’autonomia democratica. Non è sufficiente.

La sovranità, infatti, è anche una questione materiale. Controllare energia, tecnologia, logistica e apparati industriali determina la posizione reale degli Stati all’interno dell’economia mondiale. La crisi energetica, le interruzioni delle catene di approvvigionamento, le tensioni sui semiconduttori hanno mostrato in modo piuttosto brutale quanto la dipendenza da infrastrutture produttive esternalizzate possa limitare la capacità degli Stati di reagire autonomamente alle crisi. Il risparmio di breve periodo si è trasformato in vulnerabilità di lungo periodo. Un paese che non produce più farmaci essenziali, componenti strategici, fonti di energia non ha perso solo delle fabbriche. Ha perso pezzi di autonomia reale.

Ma c’è un’altra trappola teorica in cui è facile cadere, ed è quella opposta. Sostenere la centralità della sovranità non significa difendere lo Stato nazionale come soggetto neutrale o come comunità omogenea. Marx aveva chiarito che lo Stato moderno non rappresenta l’interesse collettivo: è una forma politica storicamente connessa ai rapporti di produzione capitalistici. Gramsci aveva mostrato come lo Stato sia il terreno in cui si costruisce l’egemonia, cioè il consenso intorno a un determinato ordine sociale. La sovranità, quindi, non è mai un valore in sé. È uno spazio di possibilità storica il cui significato dipende interamente dai rapporti di forza che la attraversano. Anche gli Stati formalmente sovrani possono organizzare assetti profondamente oligarchici. La riaffermazione della sovranità statale non garantisce automaticamente alcun avanzamento democratico. Dipende da chi quella sovranità esercita e in nome di chi.

È qui che emerge il limite più evidente di una certa retorica sovranista contemporanea, quella che presenta la nazione come comunità omogenea, nascondendo le profonde differenze di classe che attraversano ogni società capitalistica. La nazione non è una famiglia. È un campo di conflitto. E chi dimentica questo, trasformando il disagio sociale in chiusura identitaria, non risolve il problema. Lo deforma.

Allo stesso tempo, chi liquida la sovranità come categoria regressiva commette un errore speculare. L’internazionalismo non nasce dalla negazione della dimensione nazionale, ma dalla trasformazione dei rapporti sociali all’interno delle strutture storicamente esistenti. La globalizzazione neoliberale non ha prodotto una governance democratica sovranazionale. Ha prodotto una nuova articolazione gerarchica del potere globale, nella quale gli Stati più forti mantengono ampi margini di autonomia strategica mentre altri subiscono vincoli molto più rigidi. In assenza di strutture democratiche sovranazionali realmente capaci di governare i processi economici globali, lo svuotamento delle sovranità statali tende semplicemente a rafforzare il potere dei soggetti economicamente dominanti. L’internazionalismo ridotto a semplice dissoluzione delle sovranità non è internazionalismo. È resa.

Una sovranità democratica nel XXI secolo non può coincidere con l’autosufficienza nazionale né con la nostalgia di un passato che non è mai stato così limpido come lo si ricorda. Deve essere intesa come capacità collettiva di riappropriazione delle principali leve della riproduzione sociale: la struttura produttiva, l’organizzazione del lavoro, la transizione energetica, il controllo delle infrastrutture tecnologiche strategiche. Non un attributo giuridico dello Stato, ma una relazione storica tra società e potere economico. E come tutte le relazioni storiche, può essere trasformata.

Castoriadis sosteneva che una società democratica esiste soltanto laddove la collettività riconosce sé stessa come fonte delle proprie istituzioni e delle proprie decisioni. La crisi contemporanea della sovranità mostra invece una situazione opposta: le principali strutture economiche vengono percepite come realtà esterne, tecniche, immodificabili, rispetto alle quali la politica può soltanto adattarsi. È questo scarto tra forma e sostanza democratica a costituire uno dei tratti più inquietanti della fase storica in cui viviamo. Le elezioni si tengono. Ma la sensazione che contino sempre meno non è paranoia. È la registrazione di qualcosa di reale.

Rimettere la sovranità al centro del dibattito critico significa allora riaprire il conflitto intorno alla possibilità di ricondurre le dinamiche economiche entro forme di deliberazione collettiva. Non con nostalgia, non con slogan, non affidandosi a soluzioni tecniche preconfezionate. Significa riconoscere che nessuna democrazia può sopravvivere a lungo se perde integralmente il controllo delle condizioni materiali della propria esistenza. E che il problema di chi decide davvero non è una domanda retorica. È la domanda politica più urgente del nostro tempo.

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Questo articolo sintetizza i temi del saggio La sovranità oltre il sovranismo di Francisco La Manna, Aldo Scorrano e Fabio Di Lenola. Il testo completo — con apparato teorico, glossario, schede autori e bibliografia — è disponibile in formato PDF.

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