Sanità pubblica e disparità territoriali: il caso Normix nel Lazio

Nel Lazio si paga ciò che altrove è a carico del Servizio Sanitario: cosa sta succedendo davvero?

 

Le restrizioni regionali sulla rifaximina riaprono un problema già affrontato dal Consiglio di Stato: fino a che punto una Regione può incidere su prescrizioni e rimborsi senza entrare in conflitto con le regole nazionali?

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C’è un momento preciso in cui una questione tecnica diventa un problema reale. Non accade quando si leggono le delibere o i documenti interni, ma quando una persona entra in farmacia con una prescrizione e scopre che deve pagare un farmaco che, fino a poco tempo prima, era a carico del Servizio Sanitario.

È quello che sta accadendo nel Lazio con la rifaximina, principio attivo del Normix.

Non si tratta di un nuovo farmaco, né di una recente revisione scientifica. Al contrario, parliamo di un medicinale presente da anni nella pratica clinica, il cui quadro regolatorio nazionale non ha subito modifiche nelle indicazioni terapeutiche, come risulta dall’ultimo Riassunto delle Caratteristiche del Prodotto aggiornato al 16 aprile 2025 .

Eppure, nella pratica, qualcosa è cambiato.

Negli ultimi mesi la Regione Lazio ha introdotto indicazioni più restrittive in materia di appropriatezza prescrittiva. Il punto non è tanto l’esistenza di linee guida — che rientrano nel ruolo delle Regioni — quanto il modo in cui queste vengono applicate. Perché, nel passaggio dalla teoria alla pratica, tali indicazioni stanno producendo un effetto concreto: alcune prescrizioni vengono scoraggiate o ricondotte fuori dall’ambito della rimborsabilità, con il risultato che il costo del farmaco ricade sul cittadino.

Per comprendere la portata del problema, è utile fermarsi su un esempio semplice.

Due pazienti presentano lo stesso quadro clinico e ricevono la stessa prescrizione. Nulla cambia dal punto di vista medico. Cambia però il luogo in cui vivono. Il primo si trova nel Lazio, il secondo in un’altra Regione. Nel primo caso il farmaco può essere posto a carico del paziente; nel secondo resta a carico del Servizio Sanitario. Non è una differenza teorica, ma una conseguenza diretta di come le indicazioni regionali vengono interpretate e applicate.

A questo punto la domanda non è più sanitaria, ma giuridica: è possibile che il diritto all’accesso a un farmaco cambi in base al territorio, a parità di condizioni cliniche?

Su questo tema esiste già una risposta chiara, ed è arrivata dal Consiglio di Stato con la sentenza n. 7157/2025. Il caso riguardava proprio la rifaximina e una situazione analoga verificatasi in Umbria, dove una ASL aveva introdotto limitazioni alla prescrizione e alla rimborsabilità del farmaco. Il giudice amministrativo ha chiarito un punto fondamentale:

le strutture regionali e locali possono orientare le scelte prescrittive, ma non possono sostituirsi all’Agenzia Italiana del Farmaco né reinterpretare in modo vincolante il contenuto dell’RCP*, introducendo limiti ulteriori rispetto a quelli stabiliti a livello nazionale.

Quando questo accade, il rischio non è solo quello di un conflitto di competenze. Si crea, infatti, una disomogeneità territoriale che incide direttamente sui cittadini, generando incertezza per i medici e disparità nell’accesso alle cure. Ed è proprio questo il punto che oggi torna al centro della questione nel Lazio.

La Regione ha evidenziato un dato reale: il consumo di rifaximina sul proprio territorio è superiore alla media nazionale. Il contenimento della spesa e l’uso appropriato degli antibiotici sono obiettivi legittimi e condivisibili. Tuttavia, esiste una linea di equilibrio che non può essere superata. Intervenire sull’appropriatezza non può tradursi, nei fatti, in una modifica delle condizioni di accesso a un farmaco stabilite a livello nazionale.cIn altre parole, il contenimento della spesa non può essere perseguito attraverso strumenti che finiscono per incidere indirettamente sulla rimborsabilità.

Se questo accade, si introduce un elemento di frattura nel sistema: ciò che è garantito in una parte del Paese smette di esserlo in un’altra.cDa qui nasce una domanda che, ad oggi, resta senza risposta: perché riproporre un’impostazione già oggetto di censura giurisdizionale, esponendosi al rischio di nuovi contenziosi e, di conseguenza, a possibili costi ulteriori per la collettività?

Perché il punto non è solo il singolo caso, ma il precedente che si crea.

Come Associazione di Consumatori, riteniamo che questo scenario meriti un approfondimento istituzionale. Per questo motivo valuteremo una segnalazione all’Agenzia Italiana del Farmaco, affinché verifichi la coerenza delle indicazioni regionali con il quadro normativo vigente. Allo stesso tempo, riteniamo fondamentale raccogliere evidenze concrete.

 

Invitiamo i cittadini che si sono trovati a dover pagare di tasca propria  il Normix — o altri farmaci di fascia A — a segnalarci il proprio caso.  Le segnalazioni possono essere inviate all’associazione tramite la mail:

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indicando, ove possibile, la prescrizione ricevuta, la Regione di riferimento e le circostanze in cui è stato richiesto il pagamento.

 

Non si tratta solo di raccogliere testimonianze, ma di costruire una base documentale utile a rappresentare il problema nelle sedi competenti. Perché la sanità pubblica si misura anche su questi passaggi: nella coerenza delle regole e nella loro applicazione uniforme. Quando questa coerenza viene meno, il rischio non è solo economico. È un indebolimento del principio stesso di universalità del Servizio Sanitario Nazionale.

E questo, più del costo di un singolo farmaco, è un tema che riguarda tutti.

 

*N.B. L'ultima versione del 'Riassunto delle Caratteristiche del Prodotto' relativo al farmaco Normix è del 16 aprile 2025

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